SPECIALE OLIMPIADI – Tania Cagnotto, giustizia fu fatta

(Forse) a luglio ci saranno le Olimpiadi, Tokyo2020 (anche se sarebbero nel 2021, what a time to be alive). Da qui a quel momento vorrei raccontare alcune cose, su quelle passate e sulle prossime. Come partire meglio, se non raccontando la storia olimpica di Tania Cagnotto.

Tra le scelte più difficili per un atleta di alto livello deve esserci quella sul quando smettere. Dico alto livello per parlare di chi dalla carriera ha avuto grandi successi, grandi soldi, grandi sponsor. Tutto grande. Quindi parlo di una minoranza. “Speravo de’ morì prima”, la serie Sky sugli ultimi anni di carriera di Francesco Totti parla (anche) di questo. Valentino Rossi non sarebbe l’ora smettesse? E Federer? Buffon? È giusto andare a fare nuove esperienze guadagnando fior di milioni sicuramente non essenziali, alla Del Piero, Xavi, Pirlo e compagnia cantante? O un’esperienza più vera, alla De Rossi?

Non so quando atleti di alto livello devono smettere. Tolto De Rossi, quelli citati sopra, per il mio sindacabilissimo parere, avrebbero dovuto chiuderla già da un po’. Ah, tolto ovviamente anche Federer. Vedete? I giudizi sono sempre parziali perché figuriamoci se io voglio che Federer smetta. Però poi, gira che ti rigira, toccherà a tutti. E quindi, fossi uno spin doctor di un atleta professionista, consiglierei di smettere non per forza dopo un successo, ma quando si è ancora ad alti livelli. Invece sono l’ultimo degli imbecilli, quindi giustamente quei fenomeni fanno quel che credono di fare.

Questa filosofia sul ritiro degli atleti, solo per parlare di un’atleta, che ha definitivamente smesso: Tania Cagnotto. Aveva fatto anche marcia indietro, ma la pandemia che ha costretto a rimandare le Olimpiadi ha costretto anche Tania a ripensarci. Ed io ne sono contento, proprio perché ho un’ammirazione per lei che anzi è un’adorazione. Ricordo la vecchia televisione in camera delle mie sorelle, io ancora in età da scuole elementari, e già ammiratore di questa ragazza che saltava dai trampolini. Figuriamoci se non mancherà, ma bisogna farsene una ragione. Jane Austen ci ha detto di pensare al passato solo quando il ricordarlo ci può fare piacere. Sì, ripensare ai tuffi di Tania Cagnotto ci fa proprio piacere. Così come ricordare le Olimpiadi di Tania Cagnotto, una storia dal lieto fine.

Bolzano è uno di quei luoghi un po’ strani. Parlano l’italiano ma anche il tedesco, nelle scuole, specie dei paesini più piccoli, insegnano il tedesco ma anche l’italiano. È una delle due province autonome, che dopo il CNEL e Roma Capitale (la dicitura, non la città) è una delle stranezze del nostro strampalato sistema istituzionale. Ci sono cognomi lunghi, con parecchie consonanti e lettere strane. Il Bolzano di hockey si sta giocando i playoff del campionato, austriaco. Quindi, ma che ci fa Bolzano in Italia? Teniamocelo. Scenari spettacolari, paesini che sono chicche, mercatini di Natale, e soprattutto, cose funzionanti (no, non mi metto a fare sociologia). Ah, e ogni tanto qualche atleta fuori dal comune, che gareggia coi colori italiani. Teniamocelo, ripeto. La nuova promessa del tennis Jannik Sinner è nato a San Candido (ho scritto dei paesini che sono chicche? Ah sì, l’ho scritto), provincia di Bolzano. E a Bolzano, anzi a Bozen, il 15 maggio 1985 nacque Tania Cagnotto. Ho scoperto grazie a dei podcast un po’ crudi che proprio in quell’anno iniziò ad agire quello che fu chiamato il Mostro di Bolzano, autore di (almeno) cinque omicidi. Che c’entra? Nulla, ma non volevo dar l’impressione di avere descritto Bolzano solo come un luogo magico dove ti sorridono i monti e le caprette ti fanno ciao.

Cagnotto è un nome pesante per una figlia, se nella vita decidi di fare la tuffatrice. Suo padre Giorgio è stato probabilmente il secondo miglior tuffatore della storia italiano. Il primo è facile, Klaus Dibiasi, nato in Austria ma che fin da piccolo ha vissuto in Italia. Provate a dire in quale città? Bozen, ovvio. Tre medaglie d’oro olimpiche, due argenti. Inarrivabile. Ma dopo di lui, appunto, c’è Giorgio Cagnotto che ha avuto la sfortuna di trovarsi di fronte prima Dibiasi e poi l’americano Greg Louganis, per molti il miglior tuffatore della storia. In ogni caso il suo bottino vanta due argenti e due bronzi olimpici, tra Monaco ’72 e Mosca ’80.

Ma Tania ha deciso di fare la tuffatrice. E di fare meglio del padre. Sì, poi anche la madre era tuffatrice, Carmen Casteiner, vincitrice di diverse medaglie a livello italiano, quindi doppia figlia d’arte, doppio dna, doppia pressione. Sicuramente ha dimostrato di non aver avuto bisogno di una doppia raccomandazione, ma neanche di una singola.

Unica tuffatrice ad aver vinto una medaglia d’oro mondiale (Kazan, 2015), ma non siamo qui per elencare la sfilza di medaglie mondiali, europee (quasi tutte oro) e italiane, perché qui si parla di Olimpiadi. I mondiali e gli europei si tengono ogni due anni, le Olimpiadi ogni quattro. Insomma, è più difficile vincere medaglie olimpiche, e infatti sono quelle che pesano di più. Per ogni medaglia olimpica ci vuole programmazione, preparazione, e culo, più che per le altre medaglie. Soprattutto nei tuffi femminili, dove le prime posizioni sono ormai da anni cementificate in favore delle perfette e robotiche cinesi.

E nel 2016, in quella che poteva essere l’ultima Olimpiade di Tania, nella gioiosa Rio de Janeiro, Tania Cagnotto arrivava stracolma di titoli, riconoscimenti e (mi auguro) soldi, ma ancora con la casella “medaglie olimpiche” ferma sullo zero. L’ho detto che per le medaglie olimpiche, specie nei tuffi femminili, ci vogliono una serie di cose che spesso non bastano neanche. Ma per fare di Tania Cagnotto, quella ragazza dall’accento strano, persona carinissima, bella donna, timida, miglior tuffatrice della storia italiana, un’atleta di quelle che si può dire “okay, ora siamo a posto”, mancava quella maledetta medaglia. E il racconto di come ci è arrivata farà capire che la parola “mancava” è quella giusta. Non “non l’ha mai vinta” accompagnata da frasi tipo “perché è arrivata fuori forma”, “le altre erano più forti”, “non ha retto la pressione”. No, mancava.

E dire che la sua carriera olimpica è iniziata prestissimo. Sydney 2000, vi risparmio i conti, 15 anni. Tanta esuberanza, con un dignitosissimo diciottesimo posto nei 3 metri. Dagli anni successivi inizia a vincere medaglie europee, e ad Atene 2004, neanche ventenne, è già molto più matura. Due ottavi posti, stiamo arrivando.

A Pechino 2008 era già molto più esperta, ma arrivò quinta nel trampolino 3 metri, nonostante una gara quasi perfetta, con solo un tuffo un po’ abbondante (quell’errore di cui ci accorgiamo persino noi non esperti), e il tuffo finale da 82.50 punti, che è solo da riguardare per la perfezione. Ma gira e rigira si torna lì: gara pressoché perfetta, mettiamo pure un’entrata più delicata nel tuffo in questione, e non sarebbe salita sul podio comunque. Cosa fare? Aspettare che quelle che le arrivano davanti via via smettano non basta, visto che la cantera cinese continua a sfornare atlete sempre più inarrivabili. E poi altre grandi rivali arriveranno, come la canadese Jennifer Abel. Quindi, il doping non è una buona pratica, arrendersi peggio ancora: occorrerà migliorare. E iniziare a puntare sempre più anche sul sincro, con l’amica e collega Francesca Dallapé.

Londra 2012 è la volta buona. Deve esserlo. Dopo la semifinale è seconda, cioè addirittura davanti a una delle due cinesi. Non che l’obiettivo sia quello, ma la medaglia sì. Primo tuffo ottimo, poi un paio di errori, nel quarto salto si riprende anche se è quinta prima dell’ultimo tuffo. Va ricordato che essendo arrivata seconda in semifinale Tania saltava per penultima ad ogni giro, quindi alla fine sapevamo quanto doveva essere il punteggio per arrivare a medaglia. Doppio e mezzo rovesciato con avvitamento (prendi la rincorsa e giri, per i profani come me), uno dei suoi. Le avversarie fanno qualche sbavatura, è fattibile. Puoi farcela Tania, ma serve il tuffo perfetto. Indugia un po’, parte, salta, gira. Tuffo perfetto. Il commentatore italiano (Tommaso Marconi) esulta, annunciando “questo è medaglia, te lo dico prima” (“ASPETTAAAAA” credo sia stato il commento del 98% degli spettatori). Francesca Dallapé, in studio, è più abbottonata, “voglio aspettare”. Mentre Lia Capizzi spiegava che sarebbe stata la decima medaglia italiana nei tuffi, si sente l’inquadrata Dallapé iniziare a dire “no, no, no”.

Mancano 20 centesimi, Cagnotto quarta, la messicana terza. Sarebbe sbagliato parlare di ingiustizia, poteva essere un punteggio più alto per quel tuffo, ma insomma ci sta. Viene da chiedersi solo cosa possa aver visto quel giudice che ha dato 7.5 (punteggi più bassi e più alti si scartano, quindi non ha influito). Tania ci rimane male, si vede, Francesca Dallapé ancora peggio, si vede. Io lo ricordo quel momento, e per fortuna non mi si vede.

Per la cronaca, quel quarto posto dolorosissimo arriva dopo un altro quarto posto due giorni prima, in sincro insieme a Francesca Dallapé, anche questo vicinissimo al bronzo. Due punti virgola 70. Ma dopo la delusione e le lacrime Tania torna subito brava ragazza. Dice che è una maledizione, ma che “la medaglia non mi avrebbe cambiato la vita. Era una mia soddisfazione personale, ma la vita è anche altro”, e che ora vuole andare in vacanza e non pensare a Rio 2016. Goditi le vacanze, ma poi inizia a pensarci, va bene? Perché lì per lì sembrava che potesse dire basta, quattro anni sono lunghi, questi quarti posti fanno male. E invece, eccome se ci penserà a Rio 2016. Per fortuna.

Ormai da un decennio sulla scena mondiale dei tuffi e nella società italiana, Tania non si è fatta mancare anche degli extra. Nel 2013 il suo sguardo ammaliante e il suo fisico da atleta sarà sulla copertina di Playboy Italia. Nel 2014 in duetto con Francesca Dallapé sarà addirittura ospite a Sanremo.

Perché un’atleta non deve essere solo un’atleta, soprattutto negli anni Duemila e oltre. Di un’altra persona si direbbe che è “rimasta umile”, di lei si dice che è rimasta vincente. Non smette assolutamente, continua a mettersi al collo medaglie, compreso l’oro mondiale nel 2015. Precisamente a un anno da Rio 2016.

Ci arriva a 31 anni, che non sono pochi. Con l’ormai inseparabile Dallapé (30 anni) sono chiamate le “vecchiette”, in un ambiente dove è più facile ci siano giovani e folgoranti promesse che eterne atlete. Ma vecchiette non lo sono nello spirito, e neanche nel fisico. Il 7 agosto è il giorno del trampolino 3 metri in sincro. Tolte le cinesi, le avversarie sono le malesi, le canadesi e le australiane. Ma le nostre vecchiette si concedono cinque tuffi perfetti, senza errori, che ad ogni giro fanno aumentare il vantaggio sulle altre. È argento, netto, senza centesimi da rimpiangere. Prima medaglia di Tania Cagnotto alle Olimpiadi, che trascina anche l’amica Francesca Dallapè, fidata compagna.

Ma quella era la prima gara. Esattamente una settimana dopo c’è la finale del singolo. Sì, quella dei 20 centesimi di Londra. C’è anche un altro problemino: dopo la semifinale Tania è settima. “Si sarà adagiata dopo l’argento” avranno pensato i più cinici o i più stronzi, scegliete voi. E invece inizia la finale con tre tuffi ottimi, dopo i quali Tania è terza con sei punti di vantaggio sulla Abel, la forte canadese. Non sono pochi. Il penultimo tuffo nostro è buono ma niente di che, quello della Abel è un tuffone. Prima dell’ultimo salto, Abel terza, Cagnotto quarta staccata di sei punti. Ci risiamo. E’ a questo punto che Tania decide di fare il suo tuffo preferito, il doppio e mezzo rovesciato carpiato, alla Tania Cagnotto. Cioè, perfetto. 81 punti. Abel ne deve fare 75 per starle davanti, ma sbaglierà e non raggiungerà nemmeno i 70. Ce l’ha fatta, medaglia nel singolo! Spesso per meglio capire come siano persone che non conosciamo occorre osservare i comportamenti degli altri. Ufficializzata la medaglia tutti la abbracciano, italiani, stranieri, atlete, allenatrici e allenatori. E con loro, tutta Italia, specie chi la guardava proprio in quel momento e specie per chi si ricordava di quattro anni prima.

Curiosità del dopo gara, a premiazione terminata la cinese He Zi (medaglia d’argento) viene raggiunta dal suo compagno (altro tuffatore) che si inginocchia e le chiede di sposarlo. E il cerchio si chiude perché poco più di un mese dopo questa gioia, Tania ne avrà un’altra: il matrimonio con Stefano Parolin, all’Isola d’Elba.

Ora che le ha fatte tutte, può pensare anche al ritiro, non prima di vincere l’ennesimo titolo italiano nel maggio del 2017. Ma la gioia più grande di tutte, più delle medaglie olimpiche, arriva a gennaio 2018: la nascita di Maya. Bambina bellissima e famosissima, a causa di Instagram e del grande utilizzo che ne fa Tania, così come Francesca Dallapé, anche lei diventata mamma.

Poi non si sa a chi, e come, balza l’idea di riprovarci, in sincro. Allenarsi con l’amica del cuore probabilmente è più facile, quindi ritentano. Si allenano, fanno gli italiani arrivando seconde, ma la meta è Tokyo 2020. Sarebbe la sesta Olimpiade per Tania. Ma poi si è messo nel mezzo il coronavirus, e il rinvio delle Olimpiadi. Non è stata una scelta immediata, ma poi è arrivato l’annuncio, ovviamente via Instagram. La voglia di partecipare, provarci, magari essere portabandiera, ma poi “Questa volta ho scelto la vita, la famiglia”. Parole simili usate da Elisa Di Francisca, altro sport, ma altra atleta di cui vantarsi in giro per il mondo.

Ed ora è diventata di nuovo mamma: il 5 marzo è nata Lisa, con nove giorni di ritardo. Proprio in quei giorni Giorgio, padre e allenatore, era ricoverato in ospedale per il Covid, e Tania giustificava il ritardo dicendo che per nascere avrebbero aspettato che fosse tornato a casa il nonno. Così è stato, storia dal lieto fine.

Lieto fine, come la carriera olimpica di Tania Cagnotto. Finita in modo caotico come i tempi che stiamo vivendo, ma in questo caso non si può dire altro che “bene così”. Saremmo stati svegli la notte anche solo per vedere le sue eliminatorie, coscienti della possibile delusione, ma mai pronti veramente. Quindi grazie così Tania, davvero.

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L'Autore

Matteo Guidotti

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