PCI. Luci e tenebre del Partito comunista italiano, ma soprattutto tante domande di un millennial

Sì, il titolo riprende quello della serie sulla comunità di San Patrignano e non perché le cose siano collegate, ma perché ritengo che l’approccio usato dalla serie sia quello giusto per provare a capire. Senza demonizzazioni ed esaltazioni, utile per ricordare a chi c’era in quel periodo e per provare a spiegare a chi è nato dopo.

Non sono un ricercatore e neanche un “comunistologo”, ma per vari esami prima, e di tesi di laurea dopo, mi sono trovato a dover studiare e interpretare l’esperienza del Partito comunista italiano. Proprio per la tesi di laurea ho dovuto (voluto) intervistare e chiacchierare con una serie di persone che hanno fatto attività politica in certi periodi, in quel Partito e non. Inutile dire che sia stata l’esperienza forse più istruttiva, sicuramente più interessante, di cinque anni di Università.
Per questo mi piacerebbe sapere la loro, e di tutti quelli che vogliono parlarne, anche su dubbi e riflessioni che la ricorrenza dei cento anni dalla nascita del Partito comunista consentono di fare. Chi vuole rispondere, più o meno estesamente, anche dicendo “ragazzino ma cosa vuoi saperne”, è il benvenuto. 

Sono nato nell’agosto del 1993. Il Muro di Berlino era ormai un ricordo, non c’era più il Partito comunista italiano, stava per sciogliersi la Democrazia cristiana. Silvio Berlusconi stava per scendere in campo e fondare un partito, Luigi Di Maio aveva sette anni. Falcone e Borsellino erano stati assassinati da poco più di un anno, le indagini di Tangentopoli erano nel pieno, e da poco più di tre mesi era avvenuto il celebre lancio di monetine contro Craxi all’Hotel Raphael di Roma.

Questo breve incipit per dire che quando sono nato la società italiana, politica in primis, stava cambiando. Ma che dico. Si stava stravolgendo.

A volte mi sono trovato a pensare, come fantapolitica: “ma se fossi vissuto durante la Prima Repubblica, chi avrei votato, cosa sarei stato?” Spoiler ed off topic messi insieme: o si è brillanti (non è il mio caso) oppure studiare scienze politiche non serve a un cazzo nella futura vita lavorativa. Però, perlomeno è interessante, anche ganzo, e si scoprono cose del passato approfondendole.

Tornando alla domanda da fantapolitica, ai tempi ciò che influiva maggiormente erano le tradizioni familiari, quindi probabilmente sarei stato democristiano (sì, so che spesso è usato quasi come offesa. Ma averne di DC). Però non mi ci vedo democristiano. Mi vedrei più da altre parti. Sapendo come è sbocciata la mia passione politica, al fascino di Craxi non avrei saputo resistere, credo. Così come alla “via di mezzo” rappresentata dai socialisti. Anche se, nel momento attuale, ciò che vedrei come più vicino sarebbe il partito radicale. Ah, quanto mi piacerebbe essere tra i quattro gatti che lo votavano.

Sono affascinato dalla Prima Repubblica. Da quei politici, da ciò che è accaduto in Italia in quel periodo, e dai partiti. Partiti di massa. Che belle parole. Ma ormai antiche. Un po’ come il fax, il videoregistratore, la 500 (vecchia), il totocalcio, Mike Bongiorno, la parola “rotocalchi” e chi più ne ha ne metta. Cose che hanno fatto parte della nostra storia, ma ormai superate. Sostituite, innovate o morte a seconda dei casi.

Il partito di massa fa ovviamente parte della terza categoria. Ma nella Prima Repubblica esisteva, eccome. Era un mondo diverso, certo (non starò a fare il pippone che non c’erano i social, miliardi di canali tv, ecc. Ma è come se lo avessi fatto, data l’influenza che tutto questo ha). E la fine della Prima Repubblica ha combaciato con questi cambiamenti nella società, che non permettevano più di continuare col mondo “di prima”.

Ma sono affascinato dalla Prima Repubblica. Con tutti i problemi e i vizi. Giova sempre ricordare però che è stata spazzata via da un atteggiamento che è stato l’anteprima di quello che stiamo vivendo oggi, con i like ai video di Di Battista (o Renzi, Salvini, o chi volete voi) al posto delle monetine. E con le dirette Facebook (di chi vi pare) al posto dei processi del pool di Mani Pulite in diretta tv. (Non starò neanche a fare il discorso che “prima era meglio”, che se la politica in Italia non funziona forse è colpa degli italiani, o forse di come sono organizzate le istituzioni. Sarebbero discorsi lunghi che dovrebbe fare chi ne sa, sempre che di queste cose si possa saperne).

Ho parlato di partiti di massa, Prima Repubblica, “cosa avrei votato” e non ho ancora mai nominato il vero argomento di questo scritto: il Partito comunista italiano.

Ne parlo, come fanno tutti, perché il 21 gennaio è caduto il centenario dalla sua nascita (in pochi dicono che tra pochi giorni, il 3 febbraio, cade il trentenario dal definitivo scioglimento). Fu fondato a Livorno, città che tutti idealizziamo come comunista. Come nacque? Con un fatto tipico della sinistra, da sempre e che continua fino al 2021 (ma azzardo: anche nel 2121, sempre se esisterà la sinistra fra 100 anni).

Una scissione.

In breve, durante il congresso del Partito socialista (divisissimo, come sempre, ma in quel momento l’unico rappresentante della sinistra) al teatro Goldoni di Livorno, un nutrito gruppo di persone si staccherà proprio fisicamente per andare al teatro San Marco e fondare il Pcd’I (comunista d’Italia). Tra questi, Gramsci, Togliatti e Bordiga. Sarebbe da approfondire (qui se interessa), che non fu una cosa inaspettata, che il momento storico era quello che era, ma qui non ci interessa. Poi ci torniamo più avanti sul significato della scissione.

L’interno del teatro Goldoni durante il Congresso

Rubo qualche rigo per precisare che la Prima Repubblica viene comunemente definito quel periodo che va dalla nascita della Repubblica Italiana, 1948, al 1994, quando il sistema politico italiano si rinnovò completamente. Superfluo forse, ma magari qualcuno della mia generazione può avere le idee confuse e non per colpe sue. A scuola si parla molto dei romani e della Prussia, e quasi mai di strategia della tensione, Brigate Rosse o di altre cose fondamentali nel nostro Paese. Boh, dovrà essere così. Non è solo colpa della scuola, ovvio. Vivendo in un’epoca in cui si possono trovare informazioni su quel microscopico villaggio in Mongolia in tempo reale, che bisogno c’è di sapere cosa è accaduto prima che nascessimo. Il problema viene poi quando l’attuale Ministro degli Esteri già Vicepremier già capo politico del primo partito del Paese dice che i poveri venezuelani hanno subìto il golpe di Pinochet. Ma questo è un altro discorso.

Durante i miei studi e soprattutto per il lavoro di tesi (la storia politica del Mugello, quindi il Partito comunista al centro di tutto), e ovviamente in questi giorni, ho letto molto sul PCI. Agiografie e critiche, facili entusiasmi e semplici rigetti. Ovviamente è tutto molto più complicato. Come scritto nell’incipit, io non posso avere opinioni nette, ma ho notato da alcune parti un tentativo di agiografia del PCI. Oppure una “nostalgia a posteriori che assomiglia molto al rito fideistico di quelli che nell’antichità anelavano all’età dell’oro”, come scritto da Luciano Canfora. Mi limiterò qui a portare domande e riflessioni che spero abbiano un seguito da parte di chi l’ha vissuto o di chi l’ha combattuto. Metterò ciò che ritengo più rilevante, ben sapendo di tralasciare moltissime cose.

Il PCI (così chiamato dal ’44, considerare che c’era il fascismo, e quello che di altro c’era doveva vivere in clandestinità) si è accreditato da subito nel dopoguerra per la Resistenza, per l’elaborazione della Costituzione, per il favore alla poi vittoriosa Repubblica. Ha fatto tutto lui? Ma no di certo. Ma è indubbio che il 50% dei partigiani ufficialmente riconosciuti erano comunisti. Per non parlare delle questioni della Costituzione e della Repubblica. Un partito “rivoluzionario” forse avrebbe parteggiato per la Repubblica (meglio che la Monarchia, anche se un vero rivoluzionario dovrebbe volere la rivoluzione), ma figuriamoci se partecipa alla stesura della Costituzione insieme agli altri partiti e a politici che, in parte, avevano partecipato o fiancheggiato il fascismo.

Ma allora era rivoluzionario o no, questo PCI? Ecco la prima ambiguità.

Da dopo la svolta di Salerno voluta da Togliatti nel 1944 il tempo del partito rivoluzionario era terminato. Non si doveva arrivare al potere con la rivoluzione, ma democraticamente. Per far ciò si doveva creare una comunità di destino, essere protagonisti della vita di tutti i giorni dei cittadini. E così in larga parte fu.

E allora che c’entra l’ambiguità? C’entra. I rapporti con l’Unione Sovietica sono la prima grossa ambiguità. Perché nel 1956, quando un tentativo di rivoluzione in Ungheria (che faceva parte dell’URSS) fu repressa coi carriarmati sovietici, il PCI non prese le distanze? Perché non poteva. Risposta comoda, ma reale. Realpolitik (giusta, basta non condannare solo quella degli altri e giustificare la propria). Dopo i fatti di Praga del 1968 ci furono invece delle prese di posizione, pur con molte difficoltà.

No non è un excursus storico, né un’accusa. È una domanda che pongo. Realmente, quanto ci ha messo il PCI a convertirsi alla democrazia? È stato con la svolta di Salerno, o quello è stato solo l’inizio di un lungo percorso? Perché ora, a distanza di decenni, forse è più facile capire la volontà di escludere i comunisti dal governo. Sì, può darsi che c’entri la CIA, Kissinger, Andreotti e forze di destra silenti incuneate nelle istituzioni italiane. Ma potrebbe entrarci anche l’altra cosa.

È interessante una famosa lettera di Pietro Citati, nel 1997, in cui critica Togliatti e soprattutto i cosiddetti “eredi”. Lasciamo da parte Togliatti di cui so poco, anche se sarei felicissimo se qualcuno approfondisse, anche controbattendo, queste affermazioni: “Parlava di politica seria, di cultura seria, di preparazione seria, di studi seri, di persone serie. Detestava i dilettanti, gli eccentrici, gli ironici, i fantastici, i sognatori, gli utopisti. Nessun capo comunista d’ Europa recitò così superbamente, e con una tale capacità di inganno e di autoinganno. Cosa importa che lassù, a Mosca, egli non fosse stato né virtuoso né rispettabile?”.
Ma concentriamoci sugli eredi. Riprendo sempre la lettera: “Di Togliatti, i suoi eredi hanno conservato un aspetto fondamentale. Con quale rapidità, con quale assenza di dramma e di ferite, si sono adattati alla nuova condizione del mondo. Se li incontri in privato, ti parlano con allegria ed euforia del crollo del muro di Berlino: sembra che non si pentano di nulla, che non si sentano colpevoli di nulla, che abbiano attraversato indenni i disastri della storia, e ora siano qui, ben fermi sui piedi, come se tutto fosse stato soltanto un gioco di prestigio. L’ idea di mettersi da parte, di stare in silenzio per qualche anno, riflettendo su se stessi e la propria vita, non li ha mai sfiorati. E poi ti insegnano. Ormai, sono loro i veri liberali. Come il vecchio maestro, sono di nuovo dalla parte della verità. Come sempre, sono sempre nel giusto”. Quanto c’è di vero? È così? A volte sembra proprio così. E porto due esempi proprio di questi giorni.

Leggendo “leader” della sinistra attuale o recente, come Bersani e D’Alema, a qualcuno prendono dei coccoloni, a chi come me ne sa meno vengono delle domande. Se entrambi dicono che il PCI è l’erede del riformismo, come mai il PCI si impegnò ben poco (o comunque in modo timido e anche un po’ paraculo) sul divorzio, sull’aborto, votò contro la riforma scolastica del 1962, addirittura si astenne sullo Statuto dei lavoratori del 1970? Ora mi sembra una follia, a me nato a pochi mesi di distanza dalla nascita delle prime formazioni di centrosinistra. Ma può darsi che non fosse una follia. Può darsi che lo Statuto fosse troppo poco, e tante altre cose.

Ma questo, caro Bersani, è massimalismo. Non per forza visto in senso negativo. Per me sì, ma non è detto che lo sia. Ma il riformismo è un’altra cosa, questo è chiaro a tutti. Per alimentare il dibattito copio parte di un post di Riccardo Nencini scritto a inizio anno, quando ancora non era al centro della politica italiana attuale, che “rispondeva” a Scalfari reo di aver messo Berlinguer tra i riformisti della storia italiana. “L’aggettivo riformista venne considerato in tutti gli anni 70 e nel decennio successivo un’offesa. Perché, dunque, Berlinguer? Perché, sostiene Scalfari, ruppe con l’URSS. È davvero così’? I fatti, solo i fatti. Il PCI di Berlinguer segretario si oppose al Sistema Monetario Europeo (1978), appoggiò l’invasione sovietica dell’Afghanistan (1979), votò contro gli euromissili. Dov’è la rottura con l’URSS? Non ci fu svolta europeista nelle politiche comuniste perché il cordone ombelicale con Mosca non venne mai rotto del tutto. Tanto che, con l’arrivo di Gorbachev, i successori di Berlinguer confidano ancora in un’evoluzione del regime sovietico. Prima di considerarmi un bugiardo, rileggersi gli atti congressuali al tempo di Natta e di Occhetto. E infatti Occhetto, cito alla lettera, dichiarò: ‘La storia forse ci vede sconfitti…noi comunisti italiani fummo originali e diversi, anche se non innocenti, perché nei fatti succubi dell’Urss’. […] L’epigrafe ‘riformista’ no, Berlinguer proprio non la merita”.

L’importante, appunto, sembra che sia quello di cascare sempre in piedi.

Ancora, sempre parlando di Berlinguer. Per un giovane come me non può non avere un fascino. La sua storia, i suoi tentativi talvolta anche contraddittori, ma tentativi veri. Berlinguer è tra i primi in cima alla lista quando sento e penso che “quelli di prima erano meglio”. Oltre a tenere le prime pagine di Stadio quelle poche volte in cui la Fiorentina vince con la Juve, pagherei per avere il “TUTTI”, titolo de l’Unità del giorno dopo il funerale. (Titolo ideato da Emanuele Macaluso che ci ha lasciati proprio pochi giorni prima della ricorrenza del centenario. È bello immaginare che si sia voluto risparmiare tutte le retoriche e semplificazioni sul suo Partito).

Però, anche qui ho un dubbio, un interrogativo. A distanza di più di 40 anni, si può ipotizzare che la predicazione sulla “questione morale” sia la progenitrice del populismo e del giustizialismo che dal 1994 sono le carte vincenti della politica italiana? Da Di Pietro a Berlusconi, da Renzi a Beppe Grillo tutti, magari con toni diversi, hanno usato questi argomenti. Certo, altro tema enorme che non si risolve in altre righe. Semplificandolo, “tutti sono corrotti (o incapaci, o attaccati alle poltrone) tranne noi (o me)”. (All’obiezione “ma che c’entra mettere insieme Renzi e Grillo”: non dimenticare che Renzi è nato con la rottamazione e con un libro titolato “Fuori!”).

Sempre su Berlinguer, ma sul PCI più in generale, collegato al discorso di sopra. L’antimodernismo, la politica dell’austerità (non finanziaria, consumistica), non hanno molto in comune con il grillismo dei primi tempi? (Ora il grillismo non esiste, per fortuna). Certo, fatto e pensato da persone con tutta un’altra statura, con riflessioni ed elaborazioni complesse e non con un post sul blog di Beppe Grillo. Ma poi ne fatti mi pare ci possano essere delle somiglianze. A forza di dire “Piove governo ladro” è arrivata la tempesta che magari ha spazzato i ladri (se, vabé) ma ha portato gli incapaci. Proprio riportati dalla piena, come si dice da queste parti.

Perché il partito con più attenzione all’aspetto pedagogico della politica, “dell’educazione delle masse”, non ha lasciato qualcosa di diverso dall’aspetto protestatario?

“Eh, non volevi mettere opinioni perché dici di non sapere, e poi dici peste e corna”. No, mi interrogo. Credo che per altri aspetti il Partito comunista abbia avuto un ruolo fondamentale. L’ho scritto all’inizio. La sua esistenza e i legami con Mosca hanno permesso che in Italia il fascismo non sia riuscito a schiacciare del tutto gli oppositori che erano in clandestinità, grazie all’addestramento e alle tecniche cospirative acquisiti in Urss. Aver trasformato numerosi italiani ignoranti in militanti istruiti, figli di povera gente in rappresentanti politici in municipi e aule parlamentari è uno dei risultati migliori ottenuti dal partito nato dalla scissione di Livorno. E anche, già dalla stesura della Costituzione, come scrisse Natta “l’esigenza di stare in campo, nel Parlamento, con la più raffinata preparazione, con la conoscenza approfondita dei meccanismi legislativi, con la cultura politica e le competenze specifiche necessarie in ogni settore per far bene l’opposizione e per accreditarsi in concreto come forza di governo”.

E poi quello che più mi “entusiasma” delle caratteristiche del PCI era il suo essere di massa, presente nella società. Era Il Partito. Della diffusione dei giornali, delle Feste de l’Unità. Se ne può pensare quello che si vuole, ma citando Paolo Cocchi, “Il modo di essere dei comunisti era guardato con sospetto, ma anche con invidia, da chi non lo era”. Ci farò un post a parte parlando propriamente del Partito comunista in Mugello, riprendendo e magari ampliando parti del mio libro.

Adesso torno a quello con cui ho iniziato a parlare del PCI e alla questione delle questioni. La scissione. Premettendo che ogni scissione è dannosa. Ci sono mille esempi, inutile elencarli. Non vivendo nel mondo delle buone intenzioni so anche che a volte sono inevitabili, obbligate. Anche se per un americanista come me (non nel senso: “W l’America”, ma nel senso che seguo e studio la politica americana) sembrano più strane.

Però, fu un danno la scissione del 1921? Ciò che ha condannato la sinistra ad essere minoritaria (minoritaria, SIEMPRE) in Italia? Non ho risposte, cerco opinioni.

Qualcuno ha scritto che la fondazione del Partito comunista è la data in cui in Italia il socialismo divorzia dalla democrazia e sposa il totalitarismo sovietico. Ho già provato a dire che non è così semplice. Se lo spirito del’21 è ormai sepolto senza lasciti nel presente, altrettanto non si può dire del partito del ’44. Negli anni ’70 qualcuno pensò di dire che la vera socialdemocrazia fosse nel PCI, ma non mi pare molto. Anzi, rilancio. Il fatto di avere avuto il partito comunista più grande dell’Occidente, che ha dominato qualunque altra sinistra e che soprattutto ha additato come destrorso qualunque progressismo non comunista, ha fatto dell’Italia un paese riformisticamente meno avanzato?

Questo per anni meno recenti. Negli anni più recenti, quando il Partito e l’Unione Sovietica non c’erano più, il mondo stava cambiando, cosa ha impedito che si formasse un vero partito socialdemocratico in Italia? Citando Canfora, “una timidezza che ha contribuito alla successiva debolezza progettuale e “svogliatezza” pratica. E alla progressiva perdita di contatto con i gruppi sociali il cui consenso veniva dato ottimisticamente per scontato”. Perché è altrettanto scontato che il PD sia un accrocchio. C’entra (anche) la mentalità degli (ex) comunisti?

Poi potrebbero discendere tutta una serie di domande più personali. “Ti senti ancora comunista?”, “Pensi che il PCI sia finito prima della sua fine ufficiale?” e molte altre. Ma mi sembra di aver scritto abbastanza. Ora mi metto all’ascolto.

La Vignetta

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L'Autore

Matteo Guidotti

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